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mer 21 set 2022
Confronti

"Gli uomini sono donne che non ce l'hanno fatta"
(Groucho Marx)

"Che la piasa, che la tasa e che la staga a casa."
(Proverbio trentin\talebano)

UNA CONSIDERAZIONE



Nel teatro ho l’impressione di esserci entrato dalla porta di servizio.
Una porta trovata socchiusa e spinta per curiosità. Una volta dentro… i suoni, le voci… mi son guardato attorno e l’ho trovato divertente.
E’ un lavoro che mi dà e mi ha dato enormi soddisfazioni, ma non mi sono mai sentito “uno di loro”. Loro gli attori, intendo. Ho calcato le tavole di teatri celeberrimi e non dico di essermi sentito un intruso, ma quasi: i grandi nomi passati di lì mi sembravano appartenere ad un altra vita, vicina alla mia, ma non propriamente la mia, come ai tempi che da ragazzo li vedevo in televisione (quando la televisione era cosa buona). Mi sforzo di pensare che faccio lo stesso lavoro, bene o male, ma mi risulta difficile lo stesso. Bello, ma strano.
Forse non “sono” un attore, io “faccio” l’attore. Probabilmente è qui la differenza. Con Massimo Nicolini e Gaia Insenga a Trieste (in tournè con la “signora Warren” di Shaw) una notte a casa di Banci, lo scenografo, discutemmo a lungo su questa sottile distinzione tra l’essere e il fare. Ora non ricordo i dettagli ma era per dire che quando tocca a me faccio quel che mi è stato detto di fare, cerco di dare il meglio, ci metto del mio, è vero, conosco la tecnica, le regole e i trucchi, ma alla fine, sceso dal palco, sono quello di prima. Inesorabilmente. Mi urtano tutte le passioni da attore, le pose, gli esibizionismi di chi imposta la voce, di chi parla solo del sacro fuoco che lo arde, che noia! A volte certi attori a cena o al bar sono pesantemente monocordi. C’è altro nella vita, su!
Per quanto riguarda la tecnica non ho fatto scuole, ho solo copiato come mi ha sempre suggerito Dario Fo: “Fai pure le scuole, ma ricorda che il talento non è democratico. Copia, copia dai grandi, guardali e copia!”.
Così succede che a volte mi bevo con due pause attori che hanno fatto la D’amico o la scuola del Piccolo… e qualche domanda me la pongo. Ho letto e studiato tanto, questo sì, ma la tecnica ce l’avevo dentro, probabilmente passata da papà e in seguito affinata con i “furti” dall’arte degli attori bravi. Insomma: un bel gioco.
In più fiutare odore di competizione mi ha sempre trattenuto. Tendo a ritirarmi se nella mia professione sento che devo giocare a chi vince. Non fa per me. A parte lo sport praticato da ragazzo in senso ludico vero e proprio, (una divertita schiappa) sul lavoro credo che la competizione inaridisca l’anima. L’unico premio (simbolico) che ho vinto non sapevo nemmeno che sarei stato in lizza…

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