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ven 29 apr 2022
Racconto di Maggio

PELO DI LUPO GRIGIO.
(da “Scusi il teatro” ed. Curcu&Genovese, 2010)

L’uomo passò anche quella mattina davanti alla fontana del paese che chiocciolava la sua eterna canzone. Magro, stretto in una giacca a vento azzurra, con le sue pedule beige e pantaloni di velluto alla zuava dello stesso colore, aveva un passo allegro che pareva lo facesse levitare su cuscinetti d’aria che non sentivano le miserie del mondo. Nonostante l’età appariva molto più giovane di tanti suoi coetanei. Lo salutai e lui alzò una mano sorridendo mentre con l’altra si lisciava il ciuffo d’argento, per sembrare più a posto. Lo seguii con lo sguardo mentre scendeva la stradina stretta che portava alla piazza del paese.

Andava al bar Sport, ne ero certo, a fare due chiacchiere e a bersi il suo bicchiere in compagnia. Avevamo parlato a lungo insieme, il pomeriggio del giorno precedente, proprio lì al bar Sport, e mi aveva raccontato tutta la storia. Ricordo che ad un certo punto l’aria mi parve irrespirabile, non so se per il fumo delle sigarette che stagnava nel locale o per l’ansia che il suo racconto mi aveva messo addosso. Cercai di rilassarmi. Mi aveva chiesto se volevo anch’io un altro bicchiere.
“No, Furio, no…” avevo risposto con una certa preoccupazione. Ne avevo già bevuto abbastanza, di vino. Tirai un profondo respiro, per quello che l’aria soffocante del bar mi consentiva.
Lui ne ordinò un altro alla Flora che stava servendo i giocatori di briscola al tavolo vicino.
“Dove eravamo rimasti?” mi aveva interrogato ad un certo punto guardandomi con quegli occhi azzurri e sorridenti.
“Alla baita”, avevo risposto.
“Già… Davanti al baito del Seolé piombammo in bocca ad un reparto di SS. Erano saliti di notte dalla val Calamento! Non se ne sarebbero accorti, se noi non avessimo fatto rumore nel girarci di scatto, per la sorpresa.
“Halt!!”

“La prima raffica sembrò un colpo di tosse secca, una cosa irreale, grossi tafani rabbiosi attorno alle nostre teste; alcuni rami si spezzarono seccamente facendo frullare schegge di legno fra i tronchi. Guardavo senza capire, in un frammento di tempo immobile. Era come quando si guarda un temporale dalla finestra, la cosa per una attimo parve non riguardarmi. Alla seconda raffica, molto più ravvicinata, l’adrenalina ci mise la dinamite nelle gambe e ci gettammo a capofitto giù per il bosco. Moro bestemmiò forte.
Via via via!!! È sbalorditivo,” mi confidò, “come in quei momenti non si senta nulla: le mani, le gambe… scattavo come una molla che va da sola… Ero un concentrato di nervi e adrenalina… E’ vero, avevo solo 19 anni, ma in quel momento non sentivo niente, per capire se mi avessero ferito avrei dovuto cercare i buchi nella giubba.”
Rise, poi bevve e mi guardò.
Quelli della briscola cominciarono ad alzare la voce per via di un “carico” giocato malamente.
“E… dopo, Furio?”
Stringendosi nelle spalle riattaccò.
“D’istinto cercai con lo sguardo Lampo che era dietro di me…
Lo vidi a terra, seduto, abbracciato ad un tronco per non rotolare lungo il pendio, una gamba piegata innaturalmente sotto il corpo.
I tedeschi in un baleno furono su di lui; un ufficiale lo apostrofò urlando e con la Luger in pugno lo fulminò alla testa. Lampo, una marionetta senza fili, lasciò il suo albero e scivolò alcuni metri più sotto fino a fermarsi contro un sasso coperto di muschio.
Aveva ventidue anni.”

Guardò a lungo il fondo del bicchiere.
“Sai che me lo sogno anche adesso? Dopo tutti questi anni per me è ieri… Eppure…”
“Eppure?”
“Non sono state le botte e le torture alla Gestapo, il carcere a Bolzano, il lager in Germania, a farmi da incubo, no…
Ma quell’ultimo sguardo di Lampo. Il modo in cui mi guardò prima che lo ammazzassero. Mi guarda ancora così.”

Tacque a lungo e si voltò dalla parte dei giocatori vicino a noi. Estrasse un fazzoletto colorato, si asciugò il naso e lo rimise in tasca dopo averlo piegato bene.
Poi gli balenò un’idea con un frizzo di luce negli occhi azzurri:
“Adesso che vogliono cambiare i libri di storia, mi prendo la mia vendetta!”
“Perché?”
“Perché potrò dire che quelli della Gestapo, in via Grazioli a Trento, li ho torturati io..!”
E cominciò a ridere che non si tratteneva. Rideva sempre più forte. Quelli della briscola protestarono:
“Basta, ostia, Furio! Che ridi?!”.
L’allegria di Furio contagiò anche me ed iniziai a ridere. Dopo un po’ ridevano tutti dentro il bar Sport e chi non lo faceva si stringeva nelle spalle segnando Furio che ora era preda di un accesso di tosse, col bicchiere di rosso in mano.

Quando uscii nell’aria frizzante cercai di riempirmi i polmoni, era l’imbrunire e la neve aveva spolverato i pini fin quasi ai margini del paese. Il bosco pareva il pelo arruffato di un lupo grigio.
Sentivo l’odore di legna e fumo che usciva dai camini.
Forse ci saremmo svegliati con la neve l’indomani.
Ci speravo tanto.

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