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ven 5 nov 2021
Oh la bici..!

Da ragazzi bastava una bicicletta, anche scassata, e si aprivano i cancelli della libertà. Si volava per strade e campagne (quanta campagna c’era al posto di rotonde e viadotti!) e si beveva alle fontane senza paura. Ancora oggi la bicicletta ha il potere di trasmettermi questa sensazione di fuga, di aria libera e… stavo per scrivere di vento nei capelli, ma oggi è rimasto il vento e basta. I ciclisti dei tempi miei erano ciclisti per vocazione. Sapevano aggiustarsi la bici in qualsiasi momento, erano in grado di regolare la sella all’altezza giusta per non massacrarsi le ginocchia, ad esempio.

Erano abili e veloci a riparare una camera d’aria bucata, a cambiare i fili dei freni se si rompevano, ad oliare e tirare la catena. Sapevano frenare in velocità prima col freno posteriore e subito dopo con quello anteriore, per non capottare e avevano imparato che con la pioggia la capacità dei freni diminuiva di due terzi in rapporto alla velocità. I più abili sapevano anche centrare una ruota o riparare i contatti della dinamo, perché la sera bisognava avere i fanali in grado di funzionare. Mica come adesso che la notte girano tutti senza luci perché i vigili non ci sono. Per i mentecatti non è importante la loro\nostra sicurezza, è più bello fregare il vigile!

Torniamo a noi che è meglio. I ciclisti veri sapevano che per proteggersi in futuro dal mal di schiena si doveva pedalare con l'avanpiede e mai con la pianta o, peggio ancora, col tallone, o a gambe larghe che, oltretutto esteticamente è orrendo da vedere. Insomma sapevano che una posizione sbagliata sulla bici poteva procurare col tempo un malanno fisico. Avevano appreso che la bici parcheggiata va sempre messa in modo che non ingombri, appoggiata a un muro, a un palo, ad un albero... era una questione di stile. Ora che c'è il cavalletto certe "signore" la piazzano in mezzo al marciapiede davanti al negozio. E noi tutti a farci il giro.
Ma da dove venivano le vecchie regole da "Età dell'oro"? Chi le aveva inventate? Un filosofo, uno scienziato?

No, erano cose che venivano da lontano, da quelli di prima i quali, a loro volta, lo avevano imparato dai vecchi e così via. Erano nel DNA si direbbe adesso. Si sapeva che sul marciapiede bisognava scendere dalla bici, non per paura del vigile, ma per rispetto. Voglio dire: esisteva un codice comportamentale, come in tutte le cose antiche.
I ciclisti dei miei tempi, dannazione, erano come i cavalieri di Re Artù. Poi sono venuti i barbari, i vandali, i lanzichenecchi, i prepotenti. Oltre a quelli che pedalano sui talloni rincagnati su selle troppo basse, tipo bidè da corsa, ci sono quelli che non sono mai andati in bici da ragazzini, ma si sono comperati quella elettrica da seimila euro perché fa figo, e rischiano di ammazzarsi sfrecciando.

Ho conosciuto figuri che, rimbrottati perché spedalavano sul marciapiede tra i tavolini di un bar, sono scesi dalla bici, sì, ma per minacciare e picchiare l’incauto brontolone. Ho visto signore eleganti con bimbo sul sellino scampanellare arroganti tra i pedoni e rispondere a parolacce da camionista se invitate a darsi una calmata. Ho visto l’odio di certi automobilisti da Grand Prix per il ciclista, razza impura d’ostacolo alla sacra velocità. Ho visto l’ostilità di certi autisti della domenica, nemmeno capaci di usare le frecce (ma a scuola guida insegnano ancora l'uso degli indicatori di direzione?) sempre più numerosi, che dalla bicicletta sono terrorizzati e si attaccano al clacson con veemenza… Ho visto la maleducazione eletta a sistema da ambo le parti. Ho visto cose che voi umani nemmeno immaginate.

C'è un libro. S'intitola "A ruota libera", (Raffaello Cortina Editore) l'ha scritto un francese. Si chiama David Le Breton. E' interessantissimo. C'è anche scritto quanti ciclisti sono stati ammazzati da quelli che non mettono la freccia...

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