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mer 11 ago 2021
Il racconto del MESE

LA GUERRA DEI POMI

Avevo sette o otto anni. Abitavo in via Marco Apuleio e frequentavo la seconda elementare della maestra Cavalieri. Eravamo un bel gruppo di ragazzini, sempre in cortile a giocare, a correre a sudare... Non c’erano ancora i parcheggi maleodoranti di olio e benzina, solo piazzali. Durante le lunghissime vacanze di quell’estate (il tempo a quell’età batteva con ritmi diversi) ci accorgemmo che la campagna dietro la casa, la campagna del Condini, era rimasta stranamente incolta e nessuno più raccoglieva la frutta. Pensa che ti pensa, ne deducemmo che non occorreva più andare di nascosto a rubare le mele, perché probabilmente l’avevano venduta. Con tutto quello che c’era dentro. Ora si poteva andare e venire come si voleva, da quell’Eden, raccogliere mele e pere a volontà: strudel per tutti e grandi mal di pancia.
La ghiotta notizia si sparse con incredibile entusiasmo.
“Hanno venduto la campagna!”. Vi crescono le erbacce e ci si può nascondere dentro che nessuno ti vede…
Dovevamo farla nostra!
Dopo le necessarie esplorazioni alla Davy Crocket vi stabilimmo la capanna del Comando e ci mettemmo a vigilare i confini. Il capo del nostro gruppo si chiamava Livano e, di noi, era anche il più grande. Livano aveva l’apostrofo, ma lo scoprimmo più tardi. Intanto lo chiamavamo così: Livanotuttoattaccato. Lui dispose gli incarichi e distribuì i gradi. Naturalmente nessuno voleva fare il soldato semplice, vi furono vibranti proteste e discussioni accese. Così Livanotuttacà prese la decisione, assai inconsueta per i manuali di tattica militare, di comporre un esercito di soli ufficiali. Qualche sottotenente brontolò egualmente, ma dovette rassegnarsi. A scappellotti.
Ci disegnammo la bandiera su uno straccio rimediato da qualche mamma e la piantammo ben salda sopra la nostra capanna.
Vi campeggiava un drago furibondo su campo bianco perché non avevamo altri colori. Poi a pitturarla tutta avremmo perso un sacco di tempo prezioso per la guerra. Infatti la “Guerra dei Pomi” scoppiò di lì a poco, quando anche la banda dei “Pedecastelòti” si accorse di quella porzione di terra di nessuno, e decise di espandersi verso Nord. Ingordi. “Gòsi”.
“Terra di nessuno un corno!” esclamò Livanotuttacà con estremo orgoglio. “E’ nostra!”. L’entusiasmo dopo tale dichiarazione salì alle stelle. “Che i vègnaaaa!” fu il grido di battaglia. Lavorammo parecchio a preparare trappole, buche, ad armare fionde, a fare lance, bastoni e frecce. Il nostro condottiero, che finalmente un giorno ci rivelò di possedere un apostrofo, ebbe un’idea geniale. Scoprì uno degli alberi con una perfetta biforcazione a fionda sui rami. Vi installò l’artiglieria e, con una camera d’aria di bicicletta, costruì un fiondone micidiale rivolto verso il probabile e imminente apparire del “nemico”.
Solo lui Livanocolapostrofo poteva maneggiare l’arma segreta e nominò Sergio servente al pezzo. Questo ruolo consisteva nel reggere, in equilibrio sui rami e accanto al comandante, una cesta sempre piena di mele piccole, verdi ed acerbe, dure durissime e passarle con rapidità, una alla volta, a Livanocolapostrofo dopo ogni fiondata.
Il giorno del collaudo il Giuseppe quasi ci rimise un occhio. “Mettiti lì!” gli aveva urlato dall’albero il generale di Corpo d’Armata. E lui si mise impavido a fare da bersaglio. Un sibilo fendette l’aria seguito da un urlo disperato che si alzò tra le erbacce selvatiche.
“Ahia! Ma set mat?!”.
Ridevamo come pazzi, pieni di meraviglia per la grande scoperta: funzionava, eccome! Giuseppe sparì per un paio di pomeriggi. Poi si ripresentò con un casco da moto. Da Tenente balzò a Generale di Brigata, promosso per lo sprezzo del pericolo e l’audacia dimostrate, e poi perché gli invidiavamo come bestie il casco.
Quando i pedecastelòti tentarono l’invasione furono ricacciati. Risultato sorprendente. Dopo una furibonda battaglia. Noi della fanteria, di nascosto tra le erbe, col cuore in gola e divisi in due gruppi li circondammo. Alcuni caddero nelle loro stesse buche. Manovra a tenaglia quasi perfetta, mentre i nemici tentavano di ripararsi dalla gragnuola di mele verdi che piombavano loro addosso senza capire da dove.
L’effetto sorpresa fu devastante.
Ci picchiammo di santa ragione come si usava fare allora. Onestamente.
Oggi si finirebbe sui giornali in pasto ad avvocati, psicologi e tuttologi di razza. I rappresentanti dei Genitori Anonimi si prenderebbero per i capelli, si riunirebbero consigli di classe, consigli circoscrizionali, consigli comprensoriali e unità di valle, farebbero un summit da qualche parte e qualcuno proporrebbe di aumentarsi il vitalizio...
Ebbene sì, sappiatelo: a quei tempi ci si picchiava. Ci si menava di santa ragione. E allora?
Giusto o sbagliato che sia chi le prendeva se le teneva, zitto e a testa alta. Onore al “nemico”.
E se la dettero a gambe.
Eroi.

***

UNA MANO SUL CUORE.



La donna sbarrò gli occhi nel buio della stanza.
Ai piedi del letto c’era la figura di Alcide, il figlio aviatore.
Era in piedi, il braccio destro teso in avanti e tra le dita stringeva un rettangolino di carta luminoso. Le mostrava qualcosa sorridendo.
“Alcide!”, biascicò.
Col cuore in gola si sedette sul letto e con una mano, senza levare lo sguardo dalla figura di suo figlio, fece per svegliare Gigi che dormiva della grossa accanto a lei:
“Alcide!!” esclamò di nuovo con la voce strozzata. Lui non rispondeva e allora Carlotta guardò meglio: suo figlio le mostrava l’immagine benedetta della Madonna di S. Apollinare. La riconobbe subito. La stessa che lei gli aveva consegnato quand’era partito per la guerra. Scrollò il marito accanto a lei, si voltò e lo chiamò forte: “Gigi!”, poi si girò, ma Alcide non c’era più.
“Oh madonna santissima, Gigi! Dio mio, Gigi! Beatavergine è successo qualcosa all'Alcide! Era qui!” , gridò.
Prese a singhiozzare e suo marito, destato di soprassalto, cominciò a tossire. In un attimo la stanza fu un clamore di pianti e tosse, si accese una lampada sul comodino. Rol, il cane, cominciò ad abbaiare nell’aia.
“Cosa c’è, cos’è successo?”
Carlotta piangeva e non si rimetteva più:
“L'Alcide, oh madonnasanta L'Alcide!” gemeva disperata.
Il marito le pose una braccio sulla spalla, sarà stato in incubo, pensò. In tempo di guerra, tra bombardamenti e figli al fronte, era il minimo che poteva capitare la notte. Cercò di consolarla col modo burbero che usava in questi frangenti.
“Calmati, basta adesso…”
“Ma l’ho visto Gigi! L'Alcide era qui, ai piedi del letto! Era qui!”
“Ssssttt..! Calmati. Dormi adesso dai, Carlotta, dormi che era un sogno…”
“Non era un sogno ti dico! Avevo gli occhi aperti come adesso! Oh mio Dio gli è successo qualcosa, forse è…”
A Gigi si rizzarono i capelli in testa al solo pensiero. A vedere Carlotta in quelle condizioni si spaventò, ma che cosa stava raccontando, l’aveva visto davvero, suo figlio lì, in camera?
“Era lì dove? Dov’è che l’hai visto, santamadonna…”
“Qui, in camera, ai piedi del letto…” gridò indicando l’angolo buio della stanza, “mi guardava e…”
Gigi reagì, sua moglie lo spaventava:
“Ma basta!” gridò, “Che stai dicendo, Carlotta! Che gesti fai?! Era un incubo, vuoi capirlo! Dai, dai… Dormi adesso, dai… Senti il Rol, che razza di baccano!”
Si alzò e andò fino alla finestra che aprì con rabbia.
“Robe da matti,” brontolò, e poi dalla finestra “Rol, basta! Rol!”, gridò nel buio del cortile.
Il cane tacque, trascinando la catena fin nella sua cuccia sgangherata.
La pendola del corridoio batté le cinque. Cominciava a schiarire. Gigi chiuse la finestra e tornò sui suoi passi nei lunghi mutandoni felpati. Guardò la sua Carlotta che era ben lontana dall’essersi calmata, tremava e si stringeva un fazzoletto al volto, gemendo piano.
“Era lì, Gigi, e mi mostrava il santino…”
“Che santino?”
“Quello della Madonna… che gli ho dato io quand’è partito…”
Lui la guardò senza capire. E allora Carlotta, col tono di chi spiega un’altra volta:
“Quando è partito gli ho dato il santino della Madonna di Piedicastello, da tenere sempre con sé… E l'Alcide era lì, prima, lì che me lo mostrava e sorrideva! O mio Dio fa che non sia quello che penso..!” e scoppiò di nuovo in singhiozzi.
Gigi la ascoltò attentamente questa volta, e guardò ai piedi del letto, nella penombra, accanto alla sedia coi vestiti sulla spalliera e il vecchio, scuro armadio di noce. Sua moglie non era mica una stupida. Se dice che l’ha visto…
“Ma eri sveglia Carlotta? Sicura che eri con gli occhi aperti…” le domandò quasi sottovoce, come vergognandosi di quella sua incredulità da san Tommaso. La donna tra i singulti mosse risolutamente la testa in segno affermativo.
“Cosa c’è? Mamma, papà..!” Le quattro figlie, in camicia da notte, comparvero sulla soglia, in preda all’ansia.
“Niente, ma niente! La mamma ha fatto un brutto sogno. Su dai, tornate a letto, svelte!”
“Mettiamo su una camomilla, mamma?” chiese Letizia, la più grande.
“Venite qui, bambine…”, disse Carlotta con gli occhi gonfi e le abbracciò in silenzio. Rita guardò tra i riccioli sua madre e domandò: “Che c’è, mamma?”
“Niente, niente… adesso mi passa… Ho sognato dell'Alcide…”
e ricominciò a piangere sommessamente, stringendole tutte più forte che poteva.
Gigi, con l’anima in tumulto, andò in cucina per prendere un po’ d’acqua dal catino e fece cadere il mestolo sull’acquaio. Rol riprese ad abbaiare disperatamente e nessuno chiuse più occhio nella casa.

I due caccia inglesi comparvero all’improvviso contro sole.
“Spitfire!! Ore dodici!” arrivò a gracchiare il capo squadriglia nella radio. Quando il Maresciallo Maggiore Leone li vide stringendo le palpebre, le traccianti rigavano già rabbiosamente la porzione di cielo che stava davanti alla fusoliera. Udì alcuni schiocchi sordi e il latrato delle mitragliere. Il primo ad essere colpito fu l’idrovolante al centro, quello del tenente Mascotti: grugnì virando malamente e un denso fumo nero prese ad uscire dal ventre dell’aereo mentre perdeva quota col motore impazzito.
Leone diede manetta a tutta e vide i due “Spitfire” sfrecciare ruggendo sopra di se’. Si preparavano al secondo passaggio.
Lui portò istintivamente la mano al taschino della giubba, ma che poteva fare adesso quel santino. Eccola la morte. Era venuta.
“Tornano! Ci ammazzano tutti!!” gridò qualcuno nella radio.
Alcide aspettò più che poté, poi virò secco alla sua sinistra per uscire dallo specchio di tiro dei due inglesi. Sapeva di non sorprenderli data la lentezza dell’idrovolante, ma ci sperò tanto.
“Alfio!” gridò, “li vedi?!?”.
Una raffica di sobbalzi fece vibrare l’aereo, un miagolio maligno ronzò in cabina, seguito dal rumore aspro di vetri che andavano in pezzi sul cruscotto. Il suo secondo, sottotenente Alfio Cantarella, chinò il capo a lato senza un lamento e morì. Leone tentò con una manata di pulire l’olio misto a sangue che imbrattava il vetro davanti a lui, ma peggiorò la situazione. Non vedeva niente.
Urlò. “Alfio! Alfio!!”.
L’aereo fremeva, perdeva quota. Il Maggiore strinse la cloche e la tirò a sé con forza dando tutta manetta. Il motore ruggì disperatamente e l’aereo tornò in assetto. Il timone di coda rispondeva male e uno degli alettoni sbatacchiava sbrindellato sul corpo dell’ala. Un botto sordo alla sua sinistra gli fece volgere lo sguardo giusto in tempo per vedere l’idrovolante del tenente Scalzo andare in pezzi in una palla di fuoco. Alcide urlò di rabbia e paura.
I due “Spitfire” sfrecciarono nuovamente sopra di lui e quando furono duecento metri più avanti uno dei due virò per tornare alla carica.
Era la fine. Questa volta non avrebbe potuto fare più niente.
Leone strinse il taschino della giubba e si ritrovò la mano piena di sangue. La Madonna di Piedicastello, la mamma, la casa lungo l'Adige, la morosa…
Lo “Spitfire” gli passò sopra di qualche metro senza colpire, ringhiando minaccioso, poi virò in un giro largo. Rallentando.
“Alfio, che sta facendo?! Alfio!”, urlava col morto al suo fianco, che seguiva gli scossoni dell’idrovolante, come fosse ancora vivo.
L’aereo inglese lo raggiunse silenziosamente e gli si mise a fianco.
Alcide non se accorse subito, era aggrappato alla cloche con tutta la forza che gli restava per tenere l’aereo in assetto. Solo dopo un po’ girò lentamente il capo e lo vide. La fusoliera verde oliva dello “Spitfire” era accanto alla sua, solo un poco più in alto. Sull’ala il cerchio a tre colori, rosso, bianco e blu, brillava al sole che stava sorgendo. Vide il pilota in cabina. Aveva i baffi e lo guardava.
Gli sguardi dei due s’incrociarono per pochi lunghissimi secondi, un eternità.
“Non ammazzarmi…” pensò a fior di labbra, “Non ammazzarmi!”
L’inglese continuava a fissarlo. La mano di Alcide andò ancora una volta al taschino della giubba, istintivamente, mentre il tempo pareva essersi fermato per sempre.
Fu l’ufficiale inglese a rompere quell’incantesimo e lo fece portandosi la mano destra alla fronte nel saluto militare. Un rigido, compìto, saluto tra ufficiali. La scena era surreale. Alcide incredulo restò immobile a lungo. Infine, con la mano tremante, lentamente, rispose salutando allo stesso modo. Si sentì disperatamente goffo.
Il caccia aspettò ancora qualche secondo, quindi virò mostrando il ventre pallido e andò a raggiungere il compagno.
Scomparvero sul mare come due puntini neri all’orizzonte.

Quando ammarò alla base di Taranto, unico dei tre idrovolanti che dovevano rientrare quel giorno, sbatté malamente sull’acqua e per poco non si rovesciò, il motore che muggiva ferito e senza il controllo degli stabilizzatori. Si fermò beccheggiando e tutto tacque. Alcide sentì che stava per svenire. Vide sua madre seduta sul letto della sua camera a Trento che lo guardava impaurita. Poi più nulla.

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