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gio 27 mag 2021
L'intervista per il "Touring Club"

Le Voci del Giro: tra Trentino e Veneto sulle tracce del teatro di Andrea Castelli





«Era il 1956, avevo sei anni e stavo sulle spalle di mio padre a veder passare il Giro. Abitavamo in un rione popolare, a Trento, tra il fiume e l’inizio della montagna. Pioveva a dirotto e vidi Charly Gaul, pedalare da solo, le mani staccate dal manubrio che si sbucciava una banana. Quello fu l’imprinting della mia passione ciclistica». È un ricordo di Andrea Castelli, attore di teatro, una carriera iniziata quarant’anni fa, partendo proprio dal teatro regionale, quello delle compagnie popolari e tradizionali, per poi approdare ai più importanti palcoscenici nazionali, con qualche incursione anche nel cinema (da ultimo, nel 2020, ne Il caso Pantani l’interpretazione del giudice istruttore Serao, del tribunale di Tione di Trento, che avvia le indagini sul caso di doping a Madonna di Campiglio).

«Il teatro appartiene alla storia della mia famiglia. Mio padre aveva una compagnia: si recitavano le commedie classiche in dialetto. Mi portava alle prove e fu inevitabile che prima o poi ci cascassi anch’io. Negli anni ’70 fondai a mia volta una compagnia di giovani: ci eravamo dati la missione di svecchiare la tradizione un po’ stanca del teatro dialettale trentino e di portare in scena storie contemporanee che provassero a scardinare un po’ di luoghi comuni di una realtà teatrale allora ancora molto periferica».

All’inizio degli anni Duemila, entra a far parte del Teatro Stabile di Bolzano. Per la regia di Marco Bernardi recita nel monologo Ciò che non si può dire, un testo di Pino Loperfido che racconta la tragedia del Cermis, l’incidente provocato nel febbraio del 1998 dal tranciamento di un cavo di una funivia causato da un aereo militare americano nei pressi di Cavalese, in val di Fiemme: vi morirono venti persone e la causa giudiziaria che ne seguì non fece giustizia dei responsabili della sciagura, processati negli Stati Uniti assolti dalle accuse di omicidio preterintenzionale. Dopo avere interpretato testi classici, da Ruzante a Goldoni a George Bernard Shaw, Castelli porta in seguito in scena altre storie “di territorio”, quelle in cui le biografie private incrociano la storia con la S maiuscola. In Avevo un bel pallone rosso, su testo di Angela De Matté e regia di Carmelo Rifici, interpreta il dramma del padre di Mara Cagol, trentina, leader delle Brigate Rosse e lo spettacolo gira in una lunga tournée nei principali teatri italiani.

«Nel mio teatro faccio spesso uso del dialetto, anzi, ho cominciato proprio da lì – continua Castelli - . Esprimersi in dialetto può servire per avvicinarsi di più alle cose che si raccontano, e in alcuni casi per avvicinarle al pubblico. Ma ho sempre pensato che la lingua in cui ci si esprime è solo uno strumento al servizio delle storie. La lingua del mio teatro è una lingua mista e mi sono sempre tenuto alla larga da facili e talvolta fasulle strumentalizzazioni del dialetto, come valore identitario di un’idea, specie se politica, come è capitato negli ultimi anni.
Chi ha pensato di avvicinarmi in quanto portatore di una “bandiera” identitaria, e partitica, ne è rimasto deluso».

Ho chiesto a Castelli se è possibile individuare uno spirito identitario per una regione come il Trentino, o meglio la “provincia autonoma di Trento”, in cui i confini hanno avuto definizioni molto labili nel corso della storia. «Sì, la questione sta proprio qui. Siamo una terra di confine. Il tema dell’identità è stato soprattutto problematico per la generazione dei nostri padri, o dei nostri nonni. Prima troppo italiani quando erano sotto il dominio austro-ungarico, e dopo un po’ troppo tedeschi all’interno della nuova forma di unità nazionale. Ho provato ad affrontare nei miei spettacoli queste questioni storiche in alcuni spettacoli, scegliendo il registro comico, nel senso più letterario – e non televisivo, quello che adotta tutte le scorciatoie per arrivare più facilmente alla risata – del termine. Parlare della nostra storia con leggerezza mettendo in risalto le contraddizioni e i luoghi comuni della nostra tradizione di gente di montagna e di confine. Ad esempio, in uno spettacolo su Cesare Battisti, l’eroe dell’irrendentismo, ho cercato di parlare del suo essere, a seconda dei punti di vista da cui lo si voleva guardare, un patriota e martire della nostra autonomia; oppure un traditore, una spia, dal lato degli austriaci. Le verità storiche, come sempre, sono complesse e narrarle con lo spirito giusto, trovando nelle pieghe del passato dei riferimenti alle nostre vicende contemporanee è quello che cerco di fare con il mio teatro. E spero di esserci riuscito».

E c’è un un luogo, tra quelli oggi toccati dalla tappa, a cui Andrea Castelli si sente più legato, per motivi biografici e sentimentali? «È la val di Fiemme, la valle delle mie vacanze di quando ero ragazzo e dove poi ho avuto per molti anni una casa. La conosco molto bene, e conosco la sua gente. Un luogo a cui mi ha ancora di più avvicinato l’aver messo in scena il monologo sul Cermis, una storia terribile, con un senso tragico di fatalismo: erano in molti che si aspettavano che sarebbe prima o poi successa una tragedia di quel genere, perché quelle esercitazioni militari facevano già paura da prima».

Per chiudere il nostro incontro siamo ritornati da dove siamo partiti, dalla bicicletta, e da quell’imprinting della tappa del monte Bondone. «La mia prima bicicletta era un’Atala rossa con le gomme bianche. Uno spettacolo: nessuno aveva le gomme bianche, mi sentivo un privilegiato. Mio papà mi insegnò a pedalare senza rotelle, tenendomi di dietro per la sella. Quanto correre gli ho fatto fare! Ma la bicicletta era un oggetto amatissimo, che apparteneva alle nostre giornate di ragazzi. Ne avevamo molto cura: sapevamo cambiare le camere d’aria bucate, ci occupavamo delle piccole riparazioni e avevamo la borsetta degli attrezzi sempre agganciata sotto la sella. Poi c’era lo spettacolo dei grandi campioni di quegli anni, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta: Fiorenzo Magni, che corre mezzo Giro d’Italia con una clavicola fratturata, stringendo coi denti un tubolare agganciato al manubrio per alleviare il dolore. E Federico Bahamontes, lo scalatore spagnolo; e Van Looy, il velocista belga. Quando giocavamo coi tappini con le immagini dei corridori ciclisti incollate dentro, ognuno si sceglieva un campione.
Il mio era Aldo Moser, trentino, una forza della natura, buono e generoso. Io stravedevo per lui».

La memoria di quell’infanzia di passione ciclista sarà il tema del suo prossimo spettacolo teatrale. S’intitola Bocinbici (ovvero “ragazzini in bicicletta”), sottotitolo Volevo far el coridor.
Si apre con questo dialogo immaginario tra un giornalista e un gregario portaborracce:


Come va il suo Giro d’Italia?
Bene, dai, per quelo. Me contenterìa de finirlo…

Punta a qualche vittoria di tappa?
Mah… sono un umile gregario, porto le borracce… perché anca mi, quando i va ‘n salita e i tira… Se fa prest a zigàr “Boracia! Boracia”… férmete alora, aspéteme… no son miga Bartali! Fago quel che podo… el pù dele volte arivo al traguardo pien de borace che nessun ha mai doprà… e me toca anca svoidàrle!

Ma alla terza tappa, la Borgo Pinco-Vigo Pallino, si è piazzato secondo!
I è cascadi tuti… No so gnanca mi come che ho fat. Zercavo de piazzàr le borace e son passà ‘n mez… rode, cane, ragi, bici boci... l’è sta en casìn. El belga che ha vinz, che no digo ‘l nome se no me va fòr de posto la dentiera, no’l s’ha gnanca nascòrt i ha dovù fermarlo a scopeloni dopo ‘l traguardo che chissà endo’ che ‘l neva… robe, robe…

Ora che il teatro sembra, come il Giro d’Italia, pronto a riprendere la sua strada, non resta che aspettare di vederlo in scena nei prossimi mesi.

Gino Cervi

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