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dom 14 mar 2021
La vita è una catena...

ANDREA E LA CATENA DELLA BICI
(un espediente diabolico!)

Era una mattina di marzo, di quelle dove l’aria è ancora frizzante, l’adolescenza invita a sentirsi quasi invincibili e resistenti a qualsiasi offesa della natura. Si arrivava a scuola (per noi l’allora Istituto Magistrale, in via Malfatti a Trento) alla spicciolata, chi avendo fatto poche centinaia di metri, chi giungeva dalla periferia o dalle valli. La nostra classe, la 3D, era situata al primo piano, in fondo al corridoio dell’ala a est dell’edificio.
Superato il consueto trambusto iniziale che precede l’occupazione del posto, i convenevoli e l’appello, l’intera classe zittì come ad un segnale convenuto. Quella mattina, alla prima ora, erano previste le interrogazioni. Non ricordo esattamente di che materia, ma visti i timori miei e di Andrea, doveva essere matematica o giù di lì, disciplina nella quale – almeno per noi – l’eccellenza era parola bandita. Andrea era uno dei più probabili clienti dell’appuntamento, ma – chiusa la porta dell’aula – di lui non c’era traccia.
Non avevamo avuto alcun sentore di un’eventuale assenza, il giorno prima ci si era lasciati in ottima salute. Le interrogazioni iniziarono e si ebbe conferma che Andrea sarebbe stato uno dei fortunati (o malcapitati, qui le versioni dei testimoni divergono): baciato dalla sorte, sarebbe stato chiamato alla lavagna. Di solito, le interrogazioni occupavano metà della lezione, poi si passava ad altro.

E quando passò circa mezz’ora, qualcuno bussò alla porta e si affacciò con circospezione. Era Andrea, ansimante come un reduce da una lunga corsa, i capelli scompigliati e, soprattutto, le maniche della giacca un poco avvolte su se stesse, con le mani unte e nere. “Mi scuso per il ritardo” – esordì con voce affannata, rivolto al professore, mentre l’intera classe attendeva con malizia il seguito – “ma mentre venivo a scuola in bici, mi è caduta la catena e rimetterla a posto è stata una faticaccia…”
Alzò le mani non in segno di resa, ma come prova inconfutabile della sua avventura, avventura dalla quale era uscito incolume e vittorioso. Il dovere innanzi tutto, costi quel che costi ma a scuola si doveva arrivare. Mi par di ricordare che il professore accettò di buon grado la spiegazione di Andrea e lo fece accomodare al suo posto, rassicurandolo e giustificando il ritardo.
La classe, soprattutto i compagni che sapevano che Andrea abitava a non più di dieci minuti a piedi dalla scuola, trattenne risolini e commenti, consapevole che nessuno era senza peccato e quindi nessuno poteva scagliare alcunché.
Prevalse l’ammirazione per un espediente astuto e per la maestria con cui era stato portato a termine. La simpatia dei compagni per Andrea fece il resto.
Visto con gli occhi di oggi, quell’episodio è una lezione istruttiva sull’importanza della bici per i destini umani. Non solo mezzo di locomozione o di divertimento, ma strumento indispensabile per superare, in determinate contingenze, le avversità della vita. Certo, per passare dalla teoria alla pratica, serve una buona testa, capace di unire guasti meccanici (veri o presunti) e lungimirante creatività. Per saperne di più, passare da Andrea.

Alberto Tomasi, ex compagno di banco.

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