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lun 2 dic 2019
La lettura

IL BINOCOLO



La guerra che ha fatto mio padre non è proprio quella dell’eroe.
C’è una sua foto in casa che ho visto fin da bambino. Ritrae un bel giovanotto dai capelli impomatati e lustri in uniforme con un sorriso bloccato, appena diciottenne. La divisa è quella tedesca del Corpo di Polizia Trentina.
Da soldato ha coperto solo un anno scarso, data la sua giovane età.
Arruolato nell’aprile del ‘44 a diciott’anni, pressoché di forza, nel CST (il corpo di polizia in tedesco Trientiner Sicherungsverband, che l’Alpen Vorland istituì con le province di Trento, Bolzano e Belluno) Silvio si dà alla fuga nei primi mesi del ’45 passando per la finestrella dei cessi della caserma. Diserta.
Sic transit gloria mundi.
Una corsa affannosa a salti, nella forra del torrente Avisio, durante la quale mio padre si sbarazza dell’odiata giubba, ma così facendo smarrisce per sempre il quadernetto che teneva nel taschino in cui, giorno per giorno, aveva annotato fatti e nomi.
Il suo diario.
Si dispiacerà più volte di questa perdita, anche perché l’aveva scritto clandestinamente, infatti nell’esercito tedesco era proibito tenere diari.
Ripara in questo modo a casa dei suoi genitori che sono sfollati a Sovér, un paesino poco lontano. Mossa non molto strategica in verità, ma istintiva. Il giorno dopo infatti a casa dei nonni Castelli si presenta un uomo dal fare sbrigativo e dallo sguardo da faina. Tra camicia e pantaloni spunta il calcio di una Mauser, ma la nonna non sa cos’è. Chiede di Silvio. Sulla soglia, dietro gli occhiali tondi la donna esita, ma quando papà compare alle spalle della minuta figurina materna, l’uomo non ha esitazioni:
“El me binòcol, Silvio! Endo’èlo?”
A questo punto sarebbe comodo il diario del fuggitivo smarrito il giorno prima, perché quest’uomo che ora appare nervoso sulla porta di casa è Gianetìn (O Genetìn? Nome di battaglia? Cognome?) che agli uomini della polizia trentina aveva dato parecchio filo da torcere nei mesi precedenti.
Perché conosceva mio padre? E di quale binocolo stava parlando?
Gianetìn non era un partigiano, ma un cane sciolto che agiva per conto suo. Considerato dai tedeschi un delinquente comune e sempre sfuggito alla cattura, Gianetìn pare fosse un forestale e che, come tale, conoscesse a menadito anfratti, sentieri e nascondigli dei boschi dell’alta Val di Cembra.
Un giorno sorprese due soldati tedeschi che frugavano nella sua baita e Gianetìn li ammazzò senza battere ciglio.
Dopo di allora l’uomo divenne, per il comando tedesco della Val di Cembra, il ricercato numero uno e molti rastrellamenti nei boschi cembrani furono dedicati alla sua ricerca. Ma non lo presero mai.
Anche mio padre e i suoi commilitoni trentini furono sguinzagliati sulle sue tracce, ma con reverente timore, pare. Conoscevano la casa che era a Sicine, una piccola frazione, casa che sorgeva in cima ad un’erta dominante le pigre volute della strada che saliva in mezzo ai prati.
In questo modo i soldati erano visibili almeno dieci minuti prima che bussassero alla porta. Ad aprire era sempre la figlia di Gianetìn che dicono fosse pure una bella ragazza, furba e simpatica.
I “segugi” bussavano, chiedendo timidamente di suo padre. Lei rispondeva che in quel momento papà non era in casa, di conseguenza la pattuglia di eroi (che visti i precedenti del ricercato si guardava bene dal perquisire le stanze) chiedeva se c’era qualcosa da mangiare. Era una donna prodiga la figlia di Gianetìn e offriva ai soldati -che facevano di tutto per mostrarsi trentini- da bere e da mangiare. Quindi, a missione terminata, le “Sturm Truppen” rientravano alla caserma di Valfloriana a riferire della mancata cattura. Funzionava così, dice mio padre.
Cenarono più volte in quella casa e con molto appetito. Era la fame della guerra di quelle sfortunate generazioni e i bicchieri in corpo facevano nascere spontanea l’allegria. Chiaro che se poi si è fra conterranei ci si sente come a casa propria…
Mio padre è sempre stato uomo di compagnia, dalla battuta svelta e briosa, vivace; “Dai Silvio, conta na barzeléta!” e papà ci dava dentro.


Suppongo che la sua simpatia non fosse passata inosservata al ricercato che stava nascosto nella stanza accanto (come confessò la figlia in tempi più tranquilli) dove a Silvio e compagnia non passava nemmeno per la testa di andare a guardare.
E Gianetìn sentiva, ricordava nomi, voci e storie. E buon per loro che si sono sempre comportati da gentiluomini con la loro ospite perché la porta della camera avrebbe potuto spalancarsi di colpo…

E il binocolo?
Accadde che durante un rastrellamento un po’ più serio del solito fu perquisito un nascondiglio che Gianetìn aveva abbandonato in tutta fretta e in quell’occasione fu trovato, tra le altre cose, un bellissimo binocolo da caccia. Un pezzo di valore di celebrata marca che dati i tempi avrebbe costituito uno “status symbol” mica da poco. Infatti quando il comandante Pichler, al rientro della squadra, lo vide, se ne impossessò senza riguardi per chi già l’aveva al collo. Requisito! "Konfisziert!"
Tutti temevano quest’uomo, il comandante Pichler, che mio padre ha sempre definito terribile, così nessuno protestò. C’era però chi a quel binocolo teneva più del comandante e dello stesso legittimo proprietario.
Un mattino si sentì un urlo agghiacciante levarsi dall’alloggio del Feldmaresciallo Pichler che uscì dalle sue stanze come un bisonte inferocito in mutandoni: era sparito il “suo” binocolo! Fece il diavolo a quattro per una settimana, il malvagio Pichler, ma del binocolo nessuna traccia. Sparito e nessuno sapeva niente.
Marce, punizioni, minacce e turni di guardia massacranti a nulla servirono.
Gli uomini cominciarono a sospettarsi a vicenda, com’è purtroppo naturale in queste circostanze, ma nessuno fiatava. Qualcuno s’incaricò perfino di fare opera di convincimento: “Che salta fòra quel binòcol se no quel lì ‘l ne fa morìr, da bravi!” Niente.
I sospetti e i sussurri, chissà perché, caddero su alcuni silenziosi “nònesi” dall’aria scafata della compagnia. Quando si dice dei pregiudizi: per i trentini gli abitanti della Val di Non, allora più di adesso, avevano fama di gente svelta e scaltra da far nascere addirittura il detto che per fare un “nòneso” ci volessero tre trentini, ma anche i nònesi negarono con forza di sapere di quel dannato binocolo che li faceva impazzire tutti. Anzi dissero che se avessero preso il ladro ci avrebbero pensato loro a fargli fare la fine che meritava, viste le micidiali punizioni del Pichler.

“El me binòcol, Silvio! Endo’ èlo?”
“Chi èlo lu?”
“Gianetìn. El g’at ti?”
“No… No. El l’ha tòlt el Pichler. Ma po’ i ghe l’ha robà anca a lu!
L’uomo lo fissò a lungo e poi sembrò sorridere, forse in ricordo di qualche barzelletta del ragazzo sentita nell’altra stanza mesi prima. Poi puntando l’indice verso il giovane disertore disse:
“Vara vè Silvio!” e senza aggiungere altro se ne andò. Fu la prima e l’ultima volta che mio padre si trovò faccia a faccia col fantomatico Gianetìn.

La guerra finì pochi giorni dopo e papà evitò per un pelo di trovarsi in mezzo ai luttuosi fatti di Molina di Fiemme, quando nell’aprile del ‘45, a guerra praticamente finita, i partigiani attaccarono i tedeschi in ritirata causando una furibonda reazione: rappresaglia, case bruciate, uomini, donne e bambini uccisi. Pichler il terribile, nel frattempo aveva riparato nella sua Montan\Montagna, frazione di Neumarkt\Egna, e si dovette rassegnare: sul binocolo del Gianetìn calò il sipario.

Il mistero dunque era ancora vivo, semisepolto dal trascorrere del tempo, ma insoluto, quando una sera di cinquantatre anni dopo, a Bellamonte, l’amico Valentino prepara a mio padre una sorpresa…
Col suo fare allegro e le pause studiate gli fa: “Silvio vieni da me dopo pranzo che ci sono delle persone che ti vogliono vedere. Un buon bicchiere e quattro chiacchiere. Ti aspetto.”
Valentino Felicetti, imprenditore della pasta, è grande uomo di compagnia, ama vedere gente allegra intorno al suo tavolo, gente che racconta, che parla, canta e si diverte. E mio padre è lì in vacanza. E’ il luglio 1998, cos’altro si può fare se non dedicarsi alla buona compagnia?
Nel 1908 Valentino Felicetti falegname di Predazzo, stesso nome ma nonno del Valentino attuale, rileva uno stabilimento di fiammiferi, a fianco della sua segheria, e si mette a fare la pasta… Proprio così: spaghetti.
Ha sempre avuto questa passione, dicono e gli è venuta l’idea, punto e basta.
Nel cuore delle Dolomiti, in tempi in cui a malapena da noi si conosceva la “pasta alimentare” -così la battezzarono i soldati austroungarici durante lo sfondamento di Caporetto nel ’17, quindi nove anni più tardi del Felicetti- ad un montanaro suddito di Cecco Beppe, viene in mente di fare gli spaghetti ed alimenta il “Pastificio”, adiacente alla falegnameria, con la stessa forza motrice che aziona quest’ultima: geniale.
I primi tempi acquista pure una vecchia giostra a prezzo fallimentare, una di quelle giostre da fiera, e la fa girare con gli spaghetti appesi per farli asciugare.
È uno spettacolo che la gente non vuole perdersi e guarda divertita. La scena è felliniana, gli spaghetti girano appesi alla giostra colorata, manca solo la musica però è bello lo stesso, i bambini hanno gli occhi incantati e sorridono. I primi a divertirsi sono i predazzani, ma la voce si sparge, vengono anche dai paesi vicini per vedere “i bìgoi del Feliceti a sugàr !”.
È una festa.
I gendarmi austriaci osservano in silenzio e tengono d’occhio la trovata sospetta di questo “welsch tiroler” che ama la pasta italiana.
Franz Josef sarà compatibile coi maccheroni?
I quattro figli di Valentino continuano la testarda arte del padre e uno di questi mette il nome del genitore a suo figlio, per ricordare l’arguto fondatore della loro arte di pastai. È l’attuale Valentino, che ora esporta un’ottima pasta in tutto il mondo, con i figli Riccardo ed Enrico, e che cinquantatre anni dopo sta mescendo vino in allegria nella sua casa di Bellamonte a quattro ospiti, anzi cinque perché ci sono anch’io.
Uno è mio padre, come detto, e gli altri due sono suoi commilitoni del CST, soldati nella stessa compagnia in quell’ultimo anno di guerra e che Valentino è riuscito a radunare per l’occasione: uno è di Tesero e l’altro di Cavalese.
La sorpresa escogitata dal Felicetti ha buon esito e fa reincontrare gli ex ragazzi, ormai tutti sulla settantina, a casa sua. Così, tra un “ti ricordi” e un “quella volta che”, il pomeriggio spicca il volo e le nuvole sopra il Cimon della Pala passano veloci come nelle riprese accelerate. Papà Silvio non regge molto il vino, non è abituato, ragion per cui è vigile davanti al vorticoso giro di bicchieri che passa in mezzo ai ricordi di naja, ma il rischio vale a svelare per sempre il mistero del binocolo scomparso.
È mio padre a portare il discorso sull’argomento:
“Come sarà andata a finire la storia del binocolo, ve la ricordate?” e gli altri
“Come no, il Pichler, il Genetin, il binocolo…” poi a bruciapelo, in tutta calma, quello di Ziano fa:
“Ce l’ho io. Sono stato io a prenderlo al Pichler”.
Attimo di silenzio. Gli occhi di tutti sono su di lui. Un uomo tranquillo, la mano attorno al bicchiere di rosso e lo sguardo sereno.
“Ce l’ho io, ce l’ho ancora. E’ un buon binocolo.”
Il Valentino si arrovescia sulla sedia con una sonora risata e le mani sui capelli, quello di Cavalese dà un pugno sul tavolo e mio padre balbetta:
”Ma… ma come? Tu!”
Io li guardo sorpreso e mi sembrano tutti ubriachi. L’uomo di Ziano si stringe nelle spalle e aggiunge: “Io l’avevo trovato su alla baita. Io. E quel farabutto di Pichler me l’aveva strappato dal collo. Così me lo sono ripreso.”
Chissà se viene a saperlo quel Gianetìn, penso. Qualcuno lo dice.
Dove sarà adesso? Sarà ancora vivo?
Negli occhi di mio padre passa un’ombra:

“El me binòcol, Silvio, endo’ èlo? Vara vè..!”

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UNA NUVOLA DI POLVERE



Ho cominciato giovane, disse, in un teatrino del mio paesone.
Era un teatrino bello, curato da appassionati commedianti che allestivano la loro stagione, seguita da chi amava quel tipo di teatro, un teatro semplice, sincero, popolare, forse proprio per questo un teatro sano. Aveva la galleria, aveva la torre scenica con tanto di graticcio come i teatri veri : potevi tirar su i fondali interi che andavano a scomparire; aveva i camerini con specchi e lampadine, il magazzino per le scene... in più aveva quel magico odore di polvere, di vecchio legno e cerone tipico dei teatri di rango… però “odore” è un termine sbagliato: era un profumo evocativo. Di quelli che col tempo ti tuffano in un immagine improvvisa. Un bel teatro, insomma. Vero.
Aveva solo un difetto: era dei preti. Dopo un po’ questi non si accontentarono più dell’affitto che la gloriosa compagnia pagava, dell’affetto che il pubblico, la cittadinanza dimostrava per quel gioiellino… e decisero di abbatterlo per farci un “Centro Polifunzionale”.
Sale.
Non il sale della terra, ma sale da affittare alle associazioni, palestra da affittare alle scuole che erano senza, auditorium da affittare per le conferenze, i congressi e le castagnate dei cacciatori, della pesca sportiva e della cassa rurale…
Sorse così un casamento anonimo, come tanti altri che si vedono in giro, di un ordinario brutto perché banale, di quelli che l’occhio scavalca perché non se ne accorge.
Però redditizio. Vuoi scherzare?
Dlin, dlin, dlin! Lo sterco del demonio, così tanto vituperato dal pulpito, pioveva a cascatelle.
Vuoi mettere con quei quattro attori?
Nessuno in quel grosso paese protestò. Nessun “intellettuale”, nessun rappresentante delle istituzioni che levasse una voce. Triste, perché insigni patrioti ed artisti avevano fatto parte di quella compagnia, eppure nessuno della stampa locale, sempre così attenta al pettegolezzo, che se lo ricordasse, che si chiedesse come mai; nessuna "Lettera al Direttore" spazio sempre prodigo di verbose proteste e ponderati consigli... nemmeno una riga il giorno della demolizione, nelle notiziole, come se non se ne potesse parlare senza commettere peccato.
Il Sindaco? Non pervenuto. Assessori? Molto occupati.
Potenza della chiesa e dei suoi servi.
I commedianti ne fecero una malattia: ma dov’era finita tutta quella gente che il sabato sera rideva, applaudiva, salutava la commedia e i suoi attori mandando baci e fiori alle signore, dov’erano finiti tutti?
E quei politici che sul palco erano saliti ad auspicare, a stringere mani e a consegnare targhe e diplomi, dov’erano ora?
E il vescovo che benediva il teatro in gran pompa tutti gli anni lodando l’impegno del “dilettando educa” con parole piene di speranza e carità, dov’era andato?
E' un paesone ingrato il mio, disse.
Palla di ferro e ruspa fecero il loro dovere, e quel bel teatro col portico e il colonnato, con l’atrio dove si vendevano le caramelle… dove si faceva il teatro popolare, sparì in una grande nuvola di polvere.

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