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lun 2 dic 2019
La lettura

Evviva il 25 aprile






Ci volle tanto coraggio per decidere di combattere il nazismo e il fascismo.
Ammiro appassionatamente questi ragazzi che lottarono dalla parte giusta.
Dicono “loro” che erano banditi e delinquenti. Ce ne saranno anche stati, non lo nego, ma erano delinquenti dalla parte giusta, perché mettersi contro chi stava con Hitler vuol dire essere dalla parte giusta. E gli onesti dalla parte sbagliata hanno fatto una figura di merda.
Non è come qualche volpino vuol farci credere: Resistenza = comunisti contro fascisti e chissenefrega. Questa è la versione per gli ignoranti e per i polli che fa tanto comodo a chi sappiamo. Fu Democrazia contro dittatura. Che scrivo minuscolo.
E vinse la Democrazia.
Per questo dobbiamo sempre festeggiare e vigilare!




FURIO 1944
(liberamente tratto da una storia vera)

L’erba vecchia crocchiava ad ogni passo sotto le grosse scarpe dei due ragazzi, mentre in basso già si vedeva il verde nuovo conquistare spazi sempre più ampi. La giornata era bella, era di maggio e il sole scaldava. Giunti alla Cadinello bassa, posarono i fucili e aspettarono.
Trascorsero quasi un’ora davanti alla malga chiusa con la schiena al sole per sentire il freddo dell’inverno che si scioglieva nelle ossa, però del carro di viveri che da Molina doveva salire con Vento e la tanto attesa mitragliatrice pesante, non vi era traccia. Forse era accaduto qualcosa.
Aspettarono ancora un poco.
Intanto Moro finì di cucirsi lo strappo della camicia con l’ago che teneva sempre infilzato nel cappello d’alpino ormai bisunto. Il sole si nascose dietro un piccola nuvola e per un attimo tornò il freddo. Moro rimise a posto ago e filo, infilò piano la camicia nei pantaloni alla zuava, se li sistemò, ascoltò l’aria e disse: “Vieni!”. Furio, che aveva solo diciannove anni, obbedì e riprese il fucile. Salirono fino alla strada per vedere se sulla terra battuta fossero riconoscibili le tracce del carro, ma invece nel fango secco erano perfettamente visibili le impronte dei tacchi ferrati degli scarponi tedeschi. Ed erano tanti.
Moro bestemmiò sottovoce e Furio sentì rizzarsi i capelli.
“Ieri sera non c’erano..! Cristo d’un dio! Sono passati su stanotte!” e partì infilandosi nel bosco. Mentre Furio gli stava dietro col cuore in gola, gli chiedeva:
“Che facciamo, Moro !?!” e l’altro non rispondeva, salendo col fiato rotto il pendio del bosco, spostando quasi di corsa i rami che gli venivano in faccia.
“Dobbiamo avvertire il Comandante su al Seolé!” gli disse dopo un po’ che correvano.
“Sempre che non siano già arrivati!” esclamò Furio.
Moro si fermò a guardarlo col petto che gli scoppiava e non disse niente. Ascoltarono i rumori del bosco e udirono solo il picchio verde fare il suo caratteristico richiamo. Tagliando per la selva raggiunsero di nuovo la strada: era deserta. “Aspettami qui!” gli disse Moro. Salì guardingo, osservò il terreno, bestemmiò di nuovo e gli fece segno di raggiungerlo.
“Tanti, tanti, tanti per la Madonna! Sono dappertutto, corri!”.
In un batter d’occhio furono al campigolo della Cadinello alta, dove finiva il bosco ed occorreva attraversare il prato allo scoperto. Non si vedeva anima viva, tutto pareva morto. Tirarono il fiato riparati dalle ultime piante.
“Pronto?”
“Pronto!”
Partirono di corsa quasi piegati in due, tenendosi al riparo sotto la strada stringendo il fucile, che a Furio per poco non gli prese un crampo alla mano. Furono alla malga in un lampo. Con le tempie che martellavano, appoggiati al muro ascoltavano il cuore che scoppiava. Non c’era nessuno. A Furio venne in mente il Frusta, l’ultimo acquisto della Brigata. Era stato presentato loro da quelli del CNL di Borgo. Subito dopo, stranamente, erano cominciati i rastrellamenti in Valsugana e i tedeschi piombavano nelle case dei partigiani a colpo sicuro. Frusta era una spia? Tanti in Brigata sospettavano di lui, anche il Comandante.
“Un giorno lo mandiamo per acqua e gli spariamo addosso!” aveva detto il Russia. Forse adesso era tardi. La gomitata di Moro lo distolse dal pensiero: gli stava indicando la casara della malga, che sorgeva più in alto. Anzi no, più su ancora, sul prato al limitare del bosco dove c’era un uomo che faceva ampi gesti con le braccia al loro indirizzo. Era uno di loro.
“E’ Vento !!” esclamò.
Moro partì veloce con Furio alle calcagna, su per il pendio erto ed erboso che alla fine le gambe facevano male. Quando lo raggiunsero il Moro gli domandò ansimando:
“Il carro?! La mitraglia?”
“Rastrellamento! Tutto perduto. I tedeschi sono quasi al baito del Comando! Con me di corsa, via!!!”
Vento diede loro uno zaino di roba che aveva salvato dal carro, Furio lo indossò al volo e su come gatti, verso il baito del Seolé.

Piombarono in bocca ai soldati tedeschi davanti alla baita Comando che questi nemmeno se ne sarebbero accorti, se i tre partigiani non avessero fatto rumore nel girarsi di scatto, per la sorpresa.
“Halt!!”
La prima raffica sembrò un colpo di tosse secca, una cosa irreale, grossi tafani rabbiosi attorno alle loro teste; alcuni rami si spezzarono come per incanto facendo frullare bianche schegge di legno fra i tronchi. Furio guardò senza capire, come se vedesse un temporale da lontano. Alla seconda, molto più rabbiosa, l’adrenalina mise la dinamite nelle gambe dei tre che si gettarono a capofitto nel bosco.
“Via via via!!!”
Cadendo, rialzandosi, scivolando, aggrappandosi alle piante e rotolando, Moro, Furio e Vento si precipitarono verso la valletta delle Caseratte, dove c’era la malga. Forse da lì potevano sganciarsi attraverso la costa dei Casoni oppure giù fino all’Agnelezza. Se i tedeschi erano già al Seolé, dove fino a poco prima c’era il Comando di Brigata con tutti gli altri, non restava che deviare sulla sinistra e gettarsi dal costone che dava su malga Caseratte, giù per il pendio scosceso, sperando che lì la tenaglia del rastrellamento non si fosse ancora chiusa.
Giù a rotta di collo, mentre i tedeschi abbaiavano ordini e le raffiche passavano sopra le loro teste con schiocchi cattivi nei tronchi. Furio vedeva Moro saltare tra gli alberi, davanti a lui, come un camoscio e faticava a stargli dietro. Si voltò a cercare con lo sguardo Vento e il tempo si fermò: era a terra, seduto, abbracciato ad un tronco per non rotolare lungo il pendio, una gamba piegata innaturalmente sotto il corpo, gli occhi verso di lui. I tedeschi in un baleno furono su di lui con le armi spianate, e un ufficiale lo fulminò con un colpo di rivoltella alla testa. Vento, una marionetta senza fili, lasciò il suo albero e scivolò alcuni metri più sotto fino a fermarsi contro un sasso coperto di muschio.
“Moro!!!” urlò Furio correndo all’impazzata, ma non lo vedeva più.
“Halt!!”
Una raffica maligna spezzò l’aria intorno a Furio che si tuffò in basso, in una macchia di pino cembro scivolando per parecchi metri.
Il dirupo stava finendo ed il ragazzo, dopo alcuni violenti schiaffi in viso dagli ultimi rami, uscì dal bosco, incespicò per lo sfinimento, cadde e rotolò nel rio Caseratte che solcava la valletta. Sì rialzò e in quel momento udì un’esplosione verso la malga che da lì non si vedeva, poi altre grida e raffiche di mitra.
Troppo tardi. I tedeschi erano già lì e Moro era scomparso. Si sentì perduto mentre tremava in tutto il corpo, scosso da violenti fremiti.
Inginocchiato in una pozza d’acqua e col fiato che gli fischiava dai polmoni teneva le mani sul muschio dei sassi senza essere più capace di muoversi.
Fu allora che vide saltare d’impeto nel torrentello quattro tedeschi. Uno era l’ufficiale che aveva appena ammazzato Vento, stringeva la Luger in pugno. Erano così impegnati a guardare dove mettevano i piedi per non scivolare che non si accorsero di lui. Gli andavano incontro. Furio si levò lo zaino dalle spalle, poi il fucile, piano, con calma. Era molto calmo ora. Capì che tutto si stava compiendo in assoluta tranquillità. Non c’era fretta. Puntò all’ufficiale e prese la mira. Quando tirò il grilletto lo vide roteare su se stesso allargando le braccia. Non sentì nemmeno il colpo da tanto silenzio c’era intorno a lui. Poi guardò le bocche spalancate sotto gli elmetti degli altri soldati, gli occhi sgranati che lo guardavano e le fiammelle dei loro mitra.
Il resto fu pace.

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IL BINOCOLO



La guerra che ha fatto mio padre non è proprio quella dell’eroe.
C’è una sua foto in casa che ho visto fin da bambino. Ritrae un bel giovanotto dai capelli impomatati e lustri in uniforme con un sorriso bloccato, appena diciottenne. La divisa è quella tedesca del Corpo di Polizia Trentina.

(nella foto Silvio Castelli a 18 anni)

Da soldato ha coperto solo un anno scarso, data la sua giovane età.
Arruolato nell’aprile del ‘44 a diciott’anni, pressoché di forza, nel CST, corpo di polizia trentina, in tedesco Trientiner Sicherungsverband, che l’Alpen Vorland istituì con le province di Trento, Bolzano e Belluno per tenere i repubblichini di Salò fuori dai piedi, Silvio si dà alla fuga nei primi mesi del 1945 passando per la finestrella dei cessi della caserma. Diserta.
Sic transit gloria mundi.
Una corsa affannosa a salti, nella forra del torrente Avisio, durante la quale mio padre si sbarazza dell’odiata giubba, ma così facendo smarrisce per sempre il quadernetto che teneva nel taschino in cui, giorno per giorno, aveva annotato fatti e nomi.
Il suo diario.
Si dispiacerà più volte di questa perdita, anche perché l’aveva scritto clandestinamente, infatti nell’esercito tedesco era proibito tenere diari.
Ripara in questo modo a casa dei suoi genitori che sono sfollati a Sovér, un paesino poco lontano. Mossa non molto strategica in verità, ma istintiva. Il giorno dopo infatti a casa dei nonni Castelli si presenta un uomo dal fare sbrigativo e dallo sguardo da faina. Tra camicia e pantaloni spunta il calcio di una Mauser, ma la nonna non sa cos’è. Chiede di Silvio. Sulla soglia, dietro gli occhiali tondi la donna esita, ma quando papà compare alle spalle della minuta figurina materna, l’uomo non ha esitazioni:
“El me binòcol, Silvio! Endo’èlo?”
A questo punto sarebbe comodo il diario del fuggitivo smarrito il giorno prima, perché quest’uomo che ora appare nervoso sulla porta di casa è Gianetìn (O Genetìn? Nome di battaglia? Cognome?) che agli uomini della polizia trentina aveva dato parecchio filo da torcere nei mesi precedenti.
Perché conosceva mio padre? E di quale binocolo stava parlando?
Gianetìn non era un partigiano, ma un cane sciolto che agiva per conto suo. Considerato dai tedeschi un delinquente comune e sempre sfuggito alla cattura, Gianetìn pare fosse un forestale e che, come tale, conoscesse a menadito anfratti, sentieri e nascondigli dei boschi dell’alta Val di Cembra.
Un giorno sorprese due soldati tedeschi che frugavano nella sua baita e Gianetìn li ammazzò senza battere ciglio.

Dopo di allora l’uomo divenne, per il comando tedesco della Val di Cembra, il ricercato numero uno e molti rastrellamenti nei boschi cembrani furono dedicati alla sua ricerca. Ma non lo presero mai.
Anche mio padre e i suoi commilitoni trentini furono sguinzagliati sulle sue tracce, ma con reverente timore, pare. Conoscevano la casa che era a Sicine, una piccola frazione, casa che sorgeva in cima ad un’erta dominante le pigre volute della strada che saliva in mezzo ai prati.
In questo modo i soldati erano visibili almeno dieci minuti prima che bussassero alla porta. Ad aprire era sempre la figlia di Gianetìn che dicono fosse pure una bella ragazza, furba e simpatica.
I “segugi” bussavano, chiedendo timidamente di suo padre. Lei rispondeva che in quel momento papà non era in casa, di conseguenza la pattuglia di eroi (che visti i precedenti del ricercato si guardava bene dal perquisire le stanze) chiedeva se c’era qualcosa da mangiare. Era una donna prodiga la figlia di Gianetìn e offriva ai soldati -che facevano di tutto per mostrarsi trentini- da bere e da mangiare. Quindi, a missione terminata, le “Sturm Truppen” rientravano alla caserma di Valfloriana a riferire della mancata cattura. Funzionava così, dice mio padre.
Cenarono più volte in quella casa e con molto appetito. Era la fame della guerra di quelle sfortunate generazioni e i bicchieri in corpo facevano nascere spontanea l’allegria. Chiaro che se poi si è fra conterranei ci si sente come a casa propria…
Mio padre è sempre stato uomo di compagnia, dalla battuta svelta e briosa, vivace; “Dai Silvio, conta na barzeléta!” e papà ci dava dentro.
Suppongo che la sua simpatia non fosse passata inosservata al ricercato che stava nascosto nella stanza accanto (come confessò la figlia in tempi più tranquilli) dove a Silvio e compagnia non passava nemmeno per la testa di andare a guardare.
E Gianetìn sentiva, ricordava nomi, voci e storie. E buon per loro che si sono sempre comportati da gentiluomini con la loro ospite perché la porta della camera avrebbe potuto spalancarsi di colpo…

E il binocolo?
Accadde che durante un rastrellamento un po’ più serio del solito fu perquisito un nascondiglio che Gianetìn aveva abbandonato in tutta fretta e in quell’occasione fu trovato, tra le altre cose, un bellissimo binocolo da caccia. Un pezzo di valore di celebrata marca che dati i tempi avrebbe costituito uno “status symbol” mica da poco. Infatti quando il comandante Pichler, al rientro della squadra, lo vide, se ne impossessò senza riguardi per chi già l’aveva al collo. Requisito! "Konfisziert!"
Tutti temevano quest’uomo, il comandante Pichler, che mio padre ha sempre definito terribile, così nessuno protestò. C’era però chi a quel binocolo teneva più del comandante e dello stesso legittimo proprietario.
Un mattino si sentì un urlo agghiacciante levarsi dall’alloggio del Feldmaresciallo Pichler che uscì dalle sue stanze come un bisonte inferocito in mutandoni: era sparito il “suo” binocolo! Fece il diavolo a quattro per una settimana, il malvagio Pichler, ma del binocolo nessuna traccia. Sparito e nessuno sapeva niente.
Marce, punizioni, minacce e turni di guardia massacranti a nulla servirono.
Gli uomini cominciarono a sospettarsi a vicenda, com’è purtroppo naturale in queste circostanze, ma nessuno fiatava. Qualcuno s’incaricò perfino di fare opera di convincimento: “Che salta fòra quel binòcol se no quel lì ‘l ne fa crepàr, da bravi!” Niente.
I sospetti e i sussurri, chissà perché, caddero su alcuni silenziosi “nònesi” della compagnia dall’aria scafata. Quando si dice dei pregiudizi: per i trentini gli abitanti della Val di Non, allora più di adesso, avevano fama di gente svelta e scaltra da far nascere addirittura il detto che per fare un “nòneso” ci volessero tre trentini, ma i nònesi negarono con forza e sdegnati. Non sapevano niente di quel binocolo della malora! Anzi dissero che se avessero preso il ladro ci avrebbero pensato loro a fargli fare la fine che meritava, viste le micidiali punizioni del Pichler.

“El me binòcol, Silvio! Endo’ èlo?”
“Chi èlo lu?”
“Gianetìn. El g’at ti?”
“Ah... No... No. El l’ha tòlt el Pichler. El Comandante... Ma po’ i ghe l’ha robà anca a lu! Mi no 'l g'ho de sicùr...
L’uomo lo fissò a lungo e poi sembrò sorridere, forse in ricordo di qualche barzelletta del ragazzo sentita nell’altra stanza mesi prima. Poi puntando l’indice verso il giovane disertore disse:
“Vara vè Silvio!” e senza aggiungere altro se ne andò. Fu la prima e l’ultima volta che mio padre si trovò faccia a faccia col fantomatico Gianetìn.

La guerra finì pochi giorni dopo e papà evitò per un pelo di trovarsi in mezzo ai luttuosi fatti di Molina di Fiemme, quando nell’aprile del ‘45, a guerra praticamente finita, i partigiani attaccarono i tedeschi in ritirata causando una furibonda reazione: rappresaglia, case bruciate, uomini, donne e bambini uccisi. Pichler il terribile, nel frattempo aveva riparato nella sua Montan\Montagna, frazione di Neumarkt\Egna, e si dovette rassegnare: sul binocolo del Gianetìn calò il sipario.

Il mistero dunque era ancora vivo, semisepolto dal trascorrere del tempo, ma insoluto, quando una sera di cinquantatre anni dopo, a Bellamonte, l’amico Valentino prepara a mio padre una sorpresa…
Col suo fare allegro e le pause studiate gli fa: “Silvio vieni da me dopo pranzo che ci sono delle persone che ti vogliono vedere. Un buon bicchiere e quattro chiacchiere. Ti aspetto.”
Valentino Felicetti, imprenditore della pasta, è grande uomo di compagnia, ama vedere gente allegra intorno al suo tavolo, gente che racconta, che parla, canta e si diverte. E mio padre è lì in vacanza. E’ il luglio 1998, cos’altro si può fare se non dedicarsi alla buona compagnia?
Nel 1908 Valentino Felicetti falegname di Predazzo, stesso nome ma nonno del Valentino attuale, rileva uno stabilimento di fiammiferi, a fianco della sua segheria, e si mette a fare la pasta… Proprio così: spaghetti.
Ha sempre avuto questa passione, dicono e gli è venuta l’idea, punto e basta.
Nel cuore delle Dolomiti, in tempi in cui a malapena da noi si conosceva la “pasta alimentare” -così la battezzarono i soldati austroungarici durante lo sfondamento di Caporetto nel ’17, quindi nove anni più tardi del Felicetti- ad un montanaro suddito di Cecco Beppe, viene in mente di fare gli spaghetti ed alimenta il “Pastificio”, adiacente alla falegnameria, con la stessa forza motrice che aziona quest’ultima: geniale.
I primi tempi acquista pure una vecchia giostra a prezzo fallimentare, una di quelle giostre da fiera, e la fa girare con gli spaghetti appesi per farli asciugare.
È uno spettacolo che la gente non vuole perdersi e guarda divertita. La scena è felliniana, gli spaghetti girano appesi alla giostra colorata, manca solo la musica però è bello lo stesso, i bambini hanno gli occhi incantati e sorridono. I primi a divertirsi sono i predazzani, ma la voce si sparge, vengono anche dai paesi vicini per vedere “i bìgoi del Feliceti a sugàr !”.
È una festa.
I gendarmi austriaci osservano in silenzio e tengono d’occhio la trovata sospetta di questo “welsch tiroler” che ama la pasta italiana.
Franz Josef sarà compatibile coi maccheroni?
I quattro figli di Valentino continuano la testarda arte del padre e uno di questi mette il nome del genitore a suo figlio, per ricordare l’arguto fondatore della loro arte di pastai. È l’attuale Valentino, che ora esporta un’ottima pasta in tutto il mondo, con i figli Riccardo ed Enrico, e che cinquantatre anni dopo la sparizione di quel binocolo sta mescendo vino in allegria nella sua casa di Bellamonte a quattro ospiti, anzi cinque perché ci sono anch’io.
Uno è mio padre, come detto, e gli altri due sono suoi commilitoni del CST, soldati nella stessa compagnia in quell’ultimo anno di guerra e che Valentino è riuscito a radunare per l’occasione: uno è di Ziano e l’altro di Cavalese.
La sorpresa escogitata dal Felicetti ha buon esito e fa reincontrare gli ex ragazzi, ormai tutti sulla settantina, a casa sua. Così, tra un “ti ricordi” e un “quella volta che”, il pomeriggio spicca il volo e le nuvole sopra il Cimon della Pala passano veloci come nelle riprese accelerate. Papà Silvio non regge molto il vino, non è abituato, ragion per cui è vigile davanti al vorticoso giro di bicchieri che passa in mezzo ai ricordi di naja, ma il rischio vale a svelare per sempre il mistero del binocolo scomparso.
È lui a portare il discorso sull’argomento:
“Come sarà andata a finire la storia del binocolo, ve la ricordate?” e gli altri “Come no, il Pichler, il Genetin, il binocolo…” poi a bruciapelo, in tutta calma, quello di Ziano fa:
“Ce l’ho io. Sono stato io a prenderlo al Pichler”.
Attimo di silenzio. Gli occhi di tutti sono su di lui. Un uomo tranquillo, la mano attorno al bicchiere di rosso e lo sguardo sereno.
“Ce l’ho io, ce l’ho ancora. E’ un buon binocolo.”
La pausa è rotta dal Valentino che si arrovescia sulla sedia con una sonora risata e le mani sui capelli, quello di Cavalese dà un pugno sul tavolo con un possente "Ostia!" e mio padre balbetta:
”Ma… ma come?”
Io li guardo sorpreso e mi sembrano tutti ubriachi. L’uomo di Ziano si stringe nelle spalle e, tornata la calma, aggiunge: “Io l’avevo trovato su alla baita. Io. E quel farabutto di Pichler me l’aveva strappato dal collo. Così mentre dormiva me lo sono ripreso.”
Commenti, battute, risate...
"Se lo sanno i nònesi!"
"Ma che bastardo, e dove l'hai nascosto?
"Se lo viene a sapere il Gianetìn!"
Ecco. Dove sarà adesso, penso io, la primula rossa della val di Cembra, sarà ancora vivo? Si chiederà ancora chi diavolo avrà preso il suo bel binocolo da caccia? Guardo le persone intorno al tavolo, ma non li sento più. Eppure parlano tutti insieme. Forse il vino.
Negli occhi di mio padre vedo un’ombra:

“El me binòcol, Silvio, endo’ èlo? Vara vè..!”

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LA GUERRA DEI POMI



Avevo setto o otto anni. Abitavo in via Marco Apuleio, al numero 24 e frequentavo la seconda elementare della maestra Cavalieri. Eravamo un bel gruppo di ragazzini, sempre in cortile a giocare, a correre a sudare... Non c’erano ancora i parcheggi maleodoranti di olio e benzina, solo piazzali, cortili liberi e polverosi. Durante le lunghissime vacanze di una favolosa estate (il tempo a quell’età batteva con ritmi diversi) ci accorgemmo che la campagna dietro la casa, la campagna del Condini, era rimasta stranamente incolta e nessuno più raccoglieva la frutta. Pensa che ti pensa, ne deducemmo che non occorreva più andare di nascosto a rubare le mele, perché probabilmente l’avevano venduta. Con tutto quello che c’era dentro. Ora si poteva andare e venire come si voleva, da quell’Eden, raccogliere mele e pere a volontà: strudel per tutti e grandi mal di pancia.

foto di G. Rossi (1960)

La ghiotta notizia si sparse con incredibile entusiasmo. “Hanno venduto la campagna!”. Dovevamo farla nostra!
Dopo le necessarie esplorazioni alla Davy Crockett vi stabilimmo la capanna del Comando e ci mettemmo a vigilare i confini. Il capo del nostro gruppo si chiamava Livano e, di noi, era anche il più grande. Livano aveva l’apostrofo, ma lo scoprimmo più tardi. Intanto lo chiamavamo così: Livanotuttoattaccato. Lui dispose gli incarichi e distribuì i gradi. Naturalmente nessuno voleva fare il soldato semplice, vi furono vibranti proteste e discussioni accese. Così Livanotuttacà prese la decisione, assai inconsueta per i manuali di tattica militare, di comporre un esercito di soli ufficiali. Qualche tenente brontolò egualmente, ma dovette rassegnarsi. A scappellotti.
Ci disegnammo la bandiera su uno straccio rimediato da qualche mamma e la piantammo ben salda sopra la nostra capanna. Vi campeggiava un drago furibondo su campo bianco. La lasciammo così perché a pitturarla tutta avremmo perso un sacco di tempo prezioso per la guerra. Infatti la “Guerra dei Pomi” scoppiò di lì a poco, quando anche la banda dei “Pedecastelòti” si accorse di quella porzione di terra di nessuno, e decise di espandersi verso Nord.
“Terra di nessuno un corno!” esclamò Livanotuttacà con estremo orgoglio. “E’ nostra!”. L’entusiasmo dopo tale dichiarazione salì alle stelle. “Che i vègnaaaa!” fu il grido di battaglia. Lavorammo parecchio a preparare trappole, buche, ad armare fionde, a fare lance, bastoni e frecce. Il nostro condottiero, che finalmente un giorno ci rivelò di possedere un apostrofo, ebbe un’idea geniale. Scoprì uno degli alberi con una perfetta biforcazione a fionda sui rami. Vi installò l’artiglieria e, con una camera d’aria di bicicletta, costruì un fiondone micidiale rivolto verso il probabile e imminente apparire del “nemico”. Solo Livanocolapostrofo poteva maneggiare l’arma segreta e nominò Sergio servente al pezzo. Questo ruolo consisteva nel reggere, in equilibrio sui rami e accanto al comandante, una cesta sempre piena di mele piccole, verdi ed acerbe, dure durissime e passarle con rapidità, una alla volta, a Livanocolapostrofo dopo ogni fiondata.
Il giorno del collaudo il Giuseppe quasi ci rimise un occhio. “Mettiti lì!” gli aveva urlato dall’albero il generale di Corpo d’Armata. E lui si mise impavido a fare da bersaglio. Un sibilo fendette l’aria seguito da un urlo disperato che si alzò tra le erbacce selvatiche.
“Ahia! Ma set mat?!”.
Ridevamo come pazzi, pieni di meraviglia per la grande scoperta: funzionava, eccome! Giuseppe sparì per un paio di pomeriggi. Poi si ripresentò con un casco da moto. Da Tenente balzò a Generale di Brigata, promosso per lo sprezzo del pericolo e l’audacia dimostrate, e poi perché gli invidiavamo come bestie il casco.
Quando i pedecastelòti tentarono l’invasione furono ricacciati. Risultato sorprendente. Dopo una furibonda battaglia. Noi della fanteria, di nascosto tra le erbe, col cuore in gola e divisi in due gruppi li circondammo. Manovra a tenaglia quasi perfetta mentre tentavano di ripararsi dalla gragnuola di mele verdi che piombavano loro addosso senza capire da dove.
L’effetto sorpresa fu devastante.
Ci picchiammo di santa ragione come si usava fare allora. Onestamente.
Oggi si finirebbe sui giornali in pasto ad avvocati, psicologi e tuttologi di razza. I rappresentanti dei Genitori Anonimi si prenderebbero per i capelli, si riunirebbero consigli di classe, consigli circoscrizionali, consigli comprensoriali e unità di valle, farebbero un summit da qualche parte e qualcuno proporrebbe di aumentarsi il vitalizio...
Ebbene sì, sappiatelo: a quei tempi ci si prendeva a botte.
Ci si menava con trasporto e giovenil furore. E allora?
Giusto o sbagliato che sia chi le prendeva se le teneva, zitto e testa alta. Onore al “nemico”.
E se la dettero a gambe.
Eroi.

Via Marco Apuleio, anni '50


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UNA NUVOLA DI POLVERE



Ho cominciato giovane, disse, in un teatrino del mio paesone.
Era un teatrino bello, curato da appassionati commedianti che allestivano la loro stagione, seguita da chi amava quel tipo di teatro, un teatro semplice, sincero, popolare, forse proprio per questo un teatro sano. Aveva la galleria, aveva la torre scenica con tanto di graticcio come i teatri veri : potevi tirar su i fondali interi che andavano a scomparire; aveva i camerini con specchi e lampadine, il magazzino per le scene... in più aveva quel magico odore di polvere, di vecchio legno e cerone tipico dei teatri di rango… però “odore” è un termine sbagliato: era un profumo evocativo. Di quelli che col tempo ti tuffano in un immagine improvvisa. Un bel teatro, insomma. Vero.
Aveva solo un difetto: era dei preti. Dopo un po’ questi non si accontentarono più dell’affitto che la gloriosa compagnia pagava, dell’affetto che il pubblico, la cittadinanza dimostrava per quel gioiellino… e decisero di abbatterlo per farci un “Centro Polifunzionale”.
Sale.
Non il sale della terra, ma sale da affittare alle associazioni, palestra da affittare alle scuole che erano senza, auditorium da affittare per le conferenze, i congressi e le castagnate dei cacciatori, della pesca sportiva e della cassa rurale…
Sorse così un casamento anonimo, come tanti altri che si vedono in giro, di un ordinario brutto perché banale, di quelli che l’occhio scavalca perché non se ne accorge.
Però redditizio. Vuoi scherzare?
Dlin, dlin, dlin! Lo sterco del demonio, così tanto vituperato dal pulpito, pioveva a cascatelle.
Vuoi mettere con quei quattro attori?
Nessuno in quel grosso paese protestò. Nessun “intellettuale”, nessun rappresentante delle istituzioni che levasse una voce. Triste, perché insigni patrioti ed artisti avevano fatto parte di quella compagnia, eppure nessuno della stampa locale, sempre così attenta al pettegolezzo, che se lo ricordasse, che si chiedesse come mai; nessuna "Lettera al Direttore" spazio sempre prodigo di verbose proteste e ponderati consigli... nemmeno una riga il giorno della demolizione, nelle notiziole, come se non se ne potesse parlare senza commettere peccato.
Il Sindaco? Non pervenuto. Assessori? Molto occupati.
Potenza della chiesa e dei suoi servi.
I commedianti ne fecero una malattia: ma dov’era finita tutta quella gente che il sabato sera rideva, applaudiva, salutava la commedia e i suoi attori mandando baci e fiori alle signore, dov’erano finiti tutti?
E quei politici che sul palco erano saliti ad auspicare, a stringere mani e a consegnare targhe e diplomi, dov’erano ora?
E il vescovo che benediva il teatro in gran pompa tutti gli anni lodando l’impegno del “dilettando educa” con parole piene di speranza e carità, dov’era andato?
E' un paesone ingrato il mio, disse.
Palla di ferro e ruspa fecero il loro dovere, e quel bel teatro col portico e il colonnato, con l’atrio dove si vendevano le caramelle… dove si faceva il teatro popolare, sparì in una grande nuvola di polvere.

Nota: Si parla del Teatro Nuovo che era in via Madruzzo a Trento, Oratorio del Duomo e sede, dopo l'ultima guerra, del Club Armonia, la compagnia di teatro popolare di cui sopra.
Mio padre ne fu regista ed autore fino a poco dopo il momento della demolizione. Del sodalizio avevano fatto parte anche il patriota socialista Cesare Battisti e il pittore Umberto Moggioli che disegnò il labaro della società. La foto della compagnia schierata viene dall'archivio di Enzo Bombardelli. Una lunga ed interessante storia che ora sembra non interessare più a nessuno.

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