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dom 28 apr 2019
Quel bel teatrino...

Ho cominciato giovane, disse, in un teatrino del mio paesone.
Era un teatrino bello, curato da appassionati commedianti che allestivano la loro stagione, seguita da chi amava quel tipo di teatro, un teatro semplice, sincero, popolare, forse proprio per questo un teatro vero. Aveva la galleria, aveva la torre scenica con tanto di graticcio come i teatri veri : potevi tirar su i fondali interi che andavano a scomparire; aveva i camerini con specchi e lampadine, il magazzino per le scene... in più aveva quel magico odore di polvere, di vecchio legno e cerone tipico dei teatri di rango… però “odore” è un termine sbagliato: era un profumo evocativo. Di quelli che col tempo ti tuffano in un immagine improvvisa. Un bel teatro, insomma. Vero.
Aveva solo un difetto: era dei preti. Dopo un po’ questi non si accontentarono dell’affitto che la gloriosa compagnia pagava, dell’affetto che il pubblico, la cittadinanza dimostrava per quel gioiellino… e decisero di abbatterlo per farci un “Centro Polifunzionale”.
Sale.
Non il sale della terra, ma sale da affittare alle associazioni, palestra da affittare alle scuole che erano senza, auditorium da affittare per le conferenze, i congressi e le castagnate dei cacciatori, della pesca sportiva e della cassa rurale…
Sorse così un casamento anonimo, come tanti altri che si vedono in giro, di un ordinario brutto perché banale, di quelli che l’occhio scavalca perché non se ne accorge.
Però redditizio. Vuoi mettere?
Dlin, dlin, dlin! Lo sterco del demonio pioveva a cascatelle.
Vuoi mettere con quei quattro fanatici di attori?
Nessuno in quel grosso paese protestò. Nessun “intellettuale”, nessun rappresentante delle istituzioni che levasse una voce. Triste, perché insigni patrioti ed artisti avevano fatto parte di quella compagnia, eppure nessuno della stampa locale, sempre così attenta al pettegolezzo, che se lo ricordasse, che si chiedesse come mai; nemmeno una riga il giorno della demolizione, nelle notiziole, come se non se ne potesse parlare senza commettere peccato.
Il Sindaco? Non pervenuto. Assessori? Molto occupati.
Potenza della chiesa e dei suoi servi.
I commedianti ne fecero una malattia: ma dov’era finita tutta quella gente che il sabato sera rideva, applaudiva, salutava la commedia e i suoi attori mandando baci e fiori alle signore, dov’erano finiti tutti?
E quei politici che sul palco erano saliti a stringere mani e a consegnare targhe e diplomi, dov’erano ora? E il vescovo che benediva il teatro in gran pompa tutti gli anni lodando l’impegno del “dilettando educa” con parole piene di speranza e carità, dov’era andato?
Trento è una città ingrata.
Palla di ferro e ruspa fecero il loro dovere, e quel bel teatro col portico e il colonnato, con l’atrio dove si vendevano le caramelle… dove si faceva il teatro popolare, sparì in una grande nuvola di polvere.

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foto dall'archivio di Enzo Bombardelli.

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