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sab 23 nov 2019
Il passaggio

D.: Scusa però ancora non mi è chiaro di come è avvenuto il passaggio dal comico al serio, me lo vorresti rispiegare?

R.: In primo luogo la curiosità, cioè provare a vedere se me la cavavo anche in altri ruoli, senza fossilizzarmi, chiudermi nella gabbia del comico. Mi terrorizza l’idea di uscire sul palco e sentire che ridono ancora prima che io apra bocca. Detesto i cliché, adoro invece sorprendere. Per cui ho fatto dei tentativi, delle prove... prima con la mia "E mòra i traditor!” (ancora al tempo de "I Spiazaroi") poi -chiamato da Marco Bernardi- col monologo del Cermìs di autore ignoto (dal momento che lui ignora me ed ora che l'ha ripreso col Supermario si guarda bene dal nominarmi).
Credo sia ancora offeso, nel suo immane egocentrismo, da quando i giornali (locali del resto) titolarono "Il Cermìs di Castelli"... ma il "mio" Cermìs l'ho vissuto fino a piangere in scena. A dirla tutta più giusto sarebbe stato titolare "tratto dal libro di ***" visto che teatralmente reggeva così poco che col regista (il veneziano Paolo Bonaldi, che qui nomino volentieri e con affetto) dovemmo spendere una settimana di prove a tavolino per rivoltare il testo come un calzino e dargli parvenza di teatralità. E ne era uscita una bella cosa, appunto "tratta da ***". Ma anche col "Cesare" *** ci ha fatti impazzire perché non sa scrivere per la lingua parlata del teatro. Mi dispiace. Questa la verità, che può dare fastidio ma brilla di luce propria...

D.: Ti fermo perché non c'entra con la domanda. Quindi solo la curiosità?

R.: No. Un’altra cosa: non ti pare patetico uno che, invecchiando, insiste a fare lo stupido, a sparare cazzate, battute e barzellette? Non ci tengo affatto a diventare un "battutaro". Quest’immagine l’ho sempre trovata agghiacciante. Hai presente quei sessanta\settantenni che girano ancora vestiti da rockettari, chiodo, stivaletti e codino sotto la pelata? Non ti mettono tristezza? Comunque il comico non l’ho abbandonato, solo che adesso, quando lo pratico, guardo che al suo interno, ci sia qualcosa: buon senso, maturità, riflessione, poesia… allora si può anche ridere.

Tutto questo lo sottolineo fortemente nel mio ultimo spettacolo-monologo "La meraviglia" con Emanuele Dell'aquila, gran chitarrista, che ho l'onore di avere al fianco. Si ride di malinconia, a volte, ti pare? Mi spiego meglio: si ride, ma sotto sotto, quando hai finito, c'è la consapevolezza che hai riso di un mondo perduto e che l'unica salvezza è il bambino che sta dentro di noi, che ancora vuole giocare; c'è il lettino dell'analista in fondo alle mie storie, non a caso cito anche Jung...
Conosci Jung?

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