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mer 9 dic 2015
Anesi e Galasso.

Due belle recensioni che colgono cioè il nocciolo della questione a prescindere che si parli bene o male dello spettacolo. E per niente saccenti e presuntuose. Da leggere.


IL PREZZO DELLA COERENZA di Monica Anesi

Un confronto serrato, a volte aspro tra due mondi diametralmente opposti è il tema centrale de La scelta di Cesare, il monologo interpretato da Andrea Castelli, sul testo di Pino Loperfido e la regia di Andrea Brandalise, messo in scena allo Stabile di Bolzano dal 12 al 29 novembre 2015.

Gian Paolo Tomazzini è un sessantenne disilluso, adagiato nella monotonia quotidiana, un qualunquista, un po’ trasandato, magari simpatico, che fatica a trovare un dialogo col figlio ventunenne Cesare, da lui descritto come un ragazzo introverso, cocciuto, che non ascolta i consigli paterni. L’apparente normalità di questa situazione è resa da Castelli con bonaria immediatezza, tanto da creare con il pubblico una spontanea empatia. Tuttavia, man mano che procede il racconto, con sterzate, ricordi, battute, emerge come dietro la facciata si nasconda un uomo vuoto, insulso, piatto, il quale si rapporta con un figlio che è di fatto il suo esatto contrario. Il grimaldello che scoperchia l’animo di Gian Paolo è la scelta di suo figlio di scrivere una tesi su Cesare Battisti, il geografo, scrittore ed irredentista trentino giustiziato a Trento nel 1916. Gian Paolo commenta con disappunto, e non senza sarcasmo, la decisione di Cesare di voler scrivere la tesi su una figura ritenuta dalla sua famiglia di “austriacanti” un traditore, una spia, un anticlericale e per di più antipatico. Dunque una scelta incongruente, una ripicca nei confronti del padre, tradotta in una rabbia che Castelli calibra sapientemente. Si capisce, infatti, come la delusione di Gian Paolo sia solo un alibi che nasconde il suo qualunquismo, poiché non vi è alcuna motivazione concreta, o quantomeno plausibile che possa argomentare la sua opinione sull’irredentista trentino. Di fatto l’avversione per Battisti gli deriva dall’accettazione acritica dei racconti di due testimoni di quel tempo: suo padre e suo nonno, entrambi filo-austriaci e mossi dall’emotività e dal modo di sentire comune di una città e di un territorio allora ancora legato all’impero austro-ungarico. Tutti questi elementi sono colti durante il racconto talvolta delirante, talvolta disperato che Gian Paolo fa nel suo salotto, in uno spazio temporale di piani sovrapposti quando si tratta del qui e ora, ma molto chiaro se rivolto al passato. Nel riportare le parole di nonno Aurelio Tomazzini, Castelli ne impersona il ruolo e ci trasporta all’improvviso in un altro mondo: seduto su una poltrona, racconta della cattura e dell’esecuzione di Cesare Battisti facendo respirare il clima di diffidenza, di avversità nei suoi confronti e di quasi goliardica condiscendenza nell’approvarne la fine. Un attimo dopo ritorna Gian Paolo, che racconta del figlio Cesare, di come con caparbia passione egli difenda la sua scelta, opponendogli con fatti storici inconfutabili la figura di un eroe, un geografo, un giornalista, uno scrittore che ha avuto il coraggio di fare scelte controcorrente, di pubblicare articoli, di battersi, a costo della vita per la libertà, per un Trentino annesso allo stato Italiano. Urla il padre, ma è in verità il figlio, quando parla dell’aberrante condanna a morte, eseguita mediante garrota, e dell’esibizione del cadavere ridicolizzato tra persone sorridenti. E in un attimo il passato diventa il presente, con un paragone che sorge spontaneo: per difendere la libertà ci vuole coraggio, e ne sono prova le vittime delle esecuzioni dei fondamentalisti islamici, Charlie Hebdo, le decapitazioni e la mostra di cadaveri come trofei. Una storia di cento anni fa che diventa attuale, raccontata, ironia della sorte, da un figlio che ritorna sconvolgendo la vita monotona di un quasi pensionato di sessant’anni, un uomo, gli dice Cesare, che pensa con la testa degli altri, un vigliacco qualunquista che non sa né decidere, né difendere le proprie idee. Sul viso di Gian Paolo si legge tutta l’amarezza, poiché la spietatezza del figlio gli ha aperto gli occhi, poiché i silenzi di Cesare non erano indifferenza, ma un grido alla sua ignavia, ed era lui ad avere ragione. Gian Paolo vorrebbe riavvolgere il nastro, ma perché? Dov’è Cesare? Gian Paolo racconta che lui si trova in ospedale in coma, aggredito per aver preso le difese di una ragazza gravemente minacciata. Ma dove siamo? Qui ed ora, si, ecco, ora si capisce il racconto a volte disperato a volte delirante di Gian Paolo, e quando arriva una telefonata della ex moglie dall’ospedale il suo volto diventa di ghiaccio. Il tempo si ferma, il fiato resta sospeso, ma la piega appena rilassata che appare sul volto di Gian Paolo dice, prima delle parole, che forse c’è ancora tempo, forse non è troppo tardi, per mettere un punto, tornare a capo e riscrivere un nuovo capitolo.

La recensione è apparsa su
http://laboratorioteatrale.lett.unitn.it/

Abbiamo recuperato anche la critica di Eugen Galasso:

"Cesare Battisti, chi era costui? "si rischia di finire così, plagiando il"Carneade, chi era costui?"da parte di Don Abbondio nel manzoniano"I Promessi sposi". IL geografo, propagandista socialista, irredentista trentino (1875-1916) è oggetto, nel testo teatrale di Pino Loperfido, diretto da Andrea Brandalise, ma soprattutto dall'interpretazione di Andrea Castelli, della tesi di laurea del figlio del tipografo pre-pensionato Gian Paolo Tomazzini.
Il testo, ampiamente ridotto rispetto alla pletorica versione originale, francamente "debordante", ha il merito di ritematizzare la"quaestio Battisti", ossia il suo essere stato eletto deputato trentino alla"Dieta"austriaca ma essere stato combattente con l'Italia e irredentista (anche se considerava austriaco il Suedtirol-Alto Adige, quasi fedele al principio"deutsch bis Salurn", considerato"traditore"da alcuni, "eroe"da altri, socialista quindi"ateo", per il popolino, per la"plebe")in una terra"coperta di/da preti"(J.Brel), un "modernizzatore"in un'epoca di "prima" o "seconda"modernità, ma ha il grande svantaggio(meno, però, nel testo ridotto e messo in scena) di involvere il tutto in altre due questioni: il conflitto con il padre, di famiglia austriacante quindi"anti-battistiano" di tradizione, ma "apolitico"di suo, non senza la querelle sull'essere "tecnologico" o meno, insomma l'atavico conflitto padre-figlio, i privilegi accordati al sign.Tomazzini, pre-pensionato "di favore" versus gli altri, molto più sfortunati-un incidente capitato al figlio rimetterà a posto le cose... Ma tutto viene salvato da Andrea Castelli, ottimo "mattatore" in questo monologo non sempre felicissimo, convincente in ogni momento dello spettacolo. IN scena, questo produzione Del TSB e del Centro servizi culturali Santa Chiara, a BZ, fino al 29 novembre, poi a Bressanone, Brunico, Vipiteno.

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